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venerdì, 02 febbraio 2007


candelora
Coerente, si fa per dire, mi ripresento dopo un mese circa, con un post folk-meteo, mentre aspetto di andare a fare lezione (che serietà…).
Il 2 Febbraio, ricorda il rito di purificazione che la Vergine Maria seguì dopo aver dato alla luce Gesù Cristo, in conformità con la legge mosaica. Nel Levitico è infatti prescritto che ogni madre, che avesse dato alla luce un figlio maschio, sarebbe stata considerata impura per sette giorni, e che per altri trentatré non avrebbe dovuto partecipare a qualsiasi forma di culto.
Il 2 febbraio cade appunto 40 giorni dopo il 25 dicembre, giorno della nascita di Gesù.
Nello stesso giorno la Chiesa Cattolica celebra la Presentazione del Signore, popolarmente chiamata festa della Candelora, Candelaia in Toscana e Ceriola, Siriola, Zariola in altre regioni, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti", come il bambino Gesù venne chiamato dal vecchio Simeone al momento della presentazione al Tempio di Gerusalemme, che era prescritta dalla Legge giudaica per i primogeniti maschi.
In molte regioni italiane la Candelora viene ancora oggi rievocata attraverso la messa in scena della Madonna con Gesù e San Simeone. A Chiaromonte, in Sicilia, alla vigilia della festa, le donne del paese effettuavano una processione che le portava in cima alla montagna dove si purificavano bagnandosi con la rugiada. Nel resto d'Italia, la festa della Candelora resta legata ai ceri benedertti. Questi ceri vengono custoditi nelle case, e si ritiene tengano lontani gli influssi maligni. In alcuni paesi costieri si riteneva che i ceri benedetti la Candelora servissero a ritrovare gli annegati. Gettati nell'acqua si sarebbero fermati dove si trovava il corpo dell'annegato.
Oggi, la Candelora viene considerato un giorno "di svolta" della stagione invernale.
Un detto latino recente recitava che:
"Sole micante - die Purificante
frigor peior post quam ante"
Se il sole ammicca il giorno della Candelora - "seguirà un freddo ben peggiore di prima"
Da qui, comunque, sono uscite le due differenti "versioni in italiano" del proverbio, che recitano, a seconda che ci si trovi al Nord, oppure al Centro Sud della nostra Penisola,
"ma se piove o tira vento - nell'inverno semo dentro",
oppure
"ma se Sole o solicello, nell'inverno semo dentro".
Il proverbio fu talmente popolare nell'Antichità, da finire anche al mondo anglo sassone, con un proverbio che recita:
"If Candelmas Day be fair and bright
Winter will have another fight
If Candelmas Day bring clouds and rain
Winter is gone and won't come again"
"se il giorno di Candelora sarà bello, tornerà di nuovo l'Inverno, se invece è nuvoloso e piovoso, l'Inverno è oramai finito"
Un curioso studio statistico, tuttavia, ha dimostrato che, se in Inghilterra la Candelora presenta venti freddi ed orientali, nel 75% dei casi anche il resto del mese di Febbraio sarà gelido, mentre se è mite con venti occidentali la probabilità che continui così è del 75-80%.
In altre parole, il clima dei primi giorni di Febbraio tende a conservarsi anche per il resto del mese, secondo il principio meteorologico della persistenza.
Ciao a tutti, C.

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venerdì, 03 giugno 2005


             " vascelluzzo"

Oggi a Messina  ricorre la festa della patrona, cioè della Madonna della Lettera.
Mi è sembrato interessante riportare la storia di questa devozione.

Secondo la tradizione, verso l’anno 42 si trovava a Reggio Calabria l’apostolo  Paolo di Tarso che, su invito dei Messani, venne a sbarcare in Sicilia, circa 12 Km a sud di Messana (vicino l’attuale Giampilieri) in una località che fu chiamata Cala San Paolo.
A Messina l’apostolo non si fermò per molto. Infiammati dalla sua predicazione, molti cittadini si convertirono al Cristianesimo e molti di loro manifestarono il desiderio di andare a visitare i luoghi santi e, possibilmente, di conoscere di persona anche Maria di Nazareth ed i suoi familiari. Paolo di Tarso fu ben felice di accontentarli. Di questa delegazione la tradizione della Chiesa messinese ricorda Geronimo Origgiano, Marcello Benefacite, Centurione Mulè e Brizio Ottavia.
Al loro arrivo a Nazareth, Maria accolse i delegati con materno affetto, ed alla loro partenza li gratificò di una lettera di protezione, arrotolata e legata con una ciocca dei suoi capelli. La delegazione tornò a Messana l’8 settembre dello stesso anno.
 
Nel manoscritto in lingua ebraica, tradotto in latino nel 1940 dal greco-messinese Costantino Lascaris,  si leggeva:

Maria Vergine figlia di Gioacchino,
umilissima serva di Dio, Madre di Gesù
crocifisso, della tribù di Giuda, della
stirpe di David, salute a tutti i Messinesi
e benedizione di Dio Padre Onnipotente.

Ci consta per pubblico strumento che voi
tutti con fede grande avete a noi spedito
Legati e Ambasciatori, confessando che
il Nostro Figlio, generato da Dio sia Dio
e uomo e che dopo la sua resurrezione
 salì al cielo:avendo voi conosciuta la via
della verità per mezzo della predicazione
di Paolo apostolo eletto per la qual cosa

BENEDICIAMO VOI E L’ ISTESSA CITTA’

della quale noi vogliamo essere perpetua
protettrice. Da Gerusalemme l’ anno 42
di Nostro Figlio. Indizione 1 luna XXVII
giorno di giovedì a 3 di giugno.

Le parole finali di questa lettera sono scolpite nel tamburo che sorregge la statua della Madonnina Benedicente all'entrata del porto di Messina e recitano appunto: "Vos et ipsam civitatem benedicimus".
I capelli, custoditi in una teca d'argento, ogni anno vengono portati in processione assieme alla vara della Madonna della Lettera (3 giugno) e alla vara del Vascelluzzo (Corpus Domini).
 Il "Vascelluzzo"(finemente cesellato dai f.lli Juvara ) è un piccolo vascello addobbato con spighe di grano, in argento sbalzato che viene portato in processione il giorno del Corpus Domini. Ci ricorda il leggendario arrivo a Messina, per stessa intercessione della Madonna della Lettera, di un vascello carico di grano durante la guerra dei Vespri (1282), quando la popolazione  era ormai allo stremo delle forze per la carestia che l'affliggeva.

 

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sabato, 29 gennaio 2005

Il freddo di oggi mi ha fatto ricordare che siamo in quel periodo di tempo che a Milano chiamano giorni della merla, che poi sono gli ultimi tre giorni di gennaio.
La leggenda dei tre giorni della merla si perde nell’onda del tempo. Sappiamo solo che erano gli ultimi tre giorni di gennaio, il 29, 30 e 31, e in quei dì capitò a Milano un inverno molto rigido. La neve aveva steso un candido tappeto su tutte le strade e i tetti della città. I protagonisti di questa storia sono un merlo, una merla e i loro tre figlioletti. Erano venuti in città sul finire dell’estate e avevano sistemato il loro rifugio su un alto albero nel cortile di un palazzo situato in Porta Nuova. Poi, per l’inverno, avevano trovato casa sotto una gronda al riparo dalla neve che in quell’anno era particolarmente abbondante. Il gelo rendeva difficile trovare le provvigioni per sfamarsi; il merlo volava da mattina a sera in cerca di becchime per la sua famiglia e perlustrava invano tutti i giardini, i cortili e i balconi dei dintorni. La neve copriva ogni briciola. Un giorno il merlo decise di volare ai confini di quella nevicata, per trovare un rifugio più mite per la sua famiglia. Intanto continuava a nevicare. La merla, per proteggere i merlottini intirizziti dal freddo, spostò il nido su un tetto vicino, dove fumava un comignolo da cui proveniva un po’ di tepore. Tre giorni durò il freddo. E tre giorni stette via il merlo. Quando tornò indietro, quasi non riconosceva più la consorte e i figlioletti: erano diventati tutti neri per il fumo che emanava il camino. Nel primo dì di febbraio comparve finalmente un pallido sole e uscirono tutti dal nido invernale; anche il capofamiglia si era scurito a contatto con la fuliggine. Da allora i merli nacquero tutti neri; i merli bianchi diventarono un’eccezione di favola. Gli ultimi tre giorni di gennaio, di solito i più freddi, furono detti i "trii dì de la merla" per ricordare l’avventura di questa famigliola di merli.

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